Memoria di lavoro, emozioni e matematica: leggere le difficoltà
Uno studio su 992 bambini e adolescenti e un esempio per distinguere il carico del compito dalla reazione emotiva, senza confondere associazione e trattamento.
Davanti a un problema, un ragazzo può perdere un dato, non sapere quale operazione scegliere oppure bloccarsi per la frustrazione. Queste situazioni possono intrecciarsi, ma non descrivono la stessa difficoltà. Uno studio ha esaminato proprio il rapporto tra componenti cognitive, conoscenza delle strategie emotive e risultati matematici.
La ricerca su bambini e adolescenti
Kahl, Grob e Möhring (2021) hanno studiato 992 partecipanti tra sette e quindici anni. Le analisi mettevano in relazione funzioni esecutive, rendimento matematico e conoscenza delle strategie di regolazione emotiva.
La regolazione emotiva risultava associata alla matematica e modificava statisticamente il rapporto fra memoria di lavoro e prestazione matematica: nei partecipanti con memoria di lavoro più debole, una migliore conoscenza delle strategie emotive si associava a risultati più favorevoli. Lo stesso effetto non emergeva per inibizione e flessibilità.
Si tratta di una moderazione, cioè di una relazione che varia in funzione di un’altra variabile. Non di una dimostrazione che un percorso emotivo ripari la memoria di lavoro. Lo studio non era un esperimento di trattamento; inoltre, conoscere strategie emotive e riuscire a usarle spontaneamente durante un compito sono osservazioni diverse.
Leggere insieme il compito e la reazione
Se un bambino dice «non sono capace», è utile capire che cosa è successo subito prima. Ha perso il punto della consegna? Ha ricevuto una correzione? Il problema introduce un concetto nuovo? Si confronta con la velocità dei compagni? La frase segnala una difficoltà da ascoltare, ma non ne identifica da sola la causa.
Attribuire tutto alle emozioni può far trascurare una spiegazione necessaria. Attribuire tutto al calcolo può far ignorare un’esperienza di fatica. Possiamo raccogliere informazioni su entrambi gli aspetti senza decidere in anticipo quale dei due spieghi l’altro.
Un esempio con due cambiamenti distinti
Immaginiamo un problema: «Tre quaderni costano quattro euro ciascuno. Paghi con venti euro: quanto ricevi di resto?». Il ragazzo calcola dodici, poi perde il dato iniziale e si irrita.
- Rendere visibili i passaggi: annotiamo costo totale e somma pagata, per vedere se riesce a proseguire quando non deve mantenerli entrambi a mente.
- Gestire l’interruzione: concordiamo una breve pausa e una frase concreta per riprendere, come «ho trovato il costo; ora cerco il resto».
Non è un protocollo tratto dallo studio. È un esempio originale per distinguere il supporto al compito dall’aiuto a riprendere l’attività. Se introduciamo entrambi insieme, possiamo osservare se la situazione migliora, ma non stabilire quale cambiamento abbia fatto la differenza.
Che cosa vale la pena annotare
Possiamo descrivere in quale passaggio compare il blocco, quali aiuti vengono usati e se il ragazzo torna al compito. Registrare anche una risposta corretta ottenuta con supporto permette di non confondere «non sa risolvere» con «non riesce a mostrare ciò che sa in questa situazione».
Per approfondire la componente cognitiva, il corso sulle abilità matematiche tratta memoria di lavoro, attenzione e funzioni esecutive. È un rimando su questi temi, non un trattamento emotivo validato dallo studio citato.
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Riferimento
Kahl, T., Grob, A., & Möhring, W. (2021). Does emotion regulation compensate deficits in various executive functions in children’s and adolescents’ mathematical achievement? Learning and Individual Differences, 89, 102034. doi:10.1016/j.lindif.2021.102034.
Dall’archivio di Training Cognitivo. Testo e collegamenti aggiornati l’8 ottobre 2026, con verifica dei riferimenti principali. Gli esempi sono illustrativi; non si tratta di una revisione esaustiva della letteratura.



