Parlare più lingue è associato, in alcuni studi, a un esordio più tardivo dei sintomi. Questo non equivale a dimostrare che prevenga la demenza.

Bilinguismo e demenza: riserva cognitiva senza promesse

Due persone anziane conversano sedute a un tavolino.

Parlare più lingue è associato, in alcuni studi, a un esordio più tardivo dei sintomi. Questo non equivale a dimostrare che prevenga la demenza.

L’idea che parlare due lingue protegga il cervello è affascinante. Per interpretare la ricerca occorre però distinguere almeno tre risultati: età dei primi sintomi, età della diagnosi e probabilità di sviluppare una demenza nel corso del tempo.

Il contributo dello studio italiano

Perani e colleghi, nel 2017, hanno confrontato persone bilingui e monolingui con malattia di Alzheimer, studiando anche il metabolismo cerebrale. I risultati erano compatibili con un ruolo della riserva cognitiva: alcune persone potrebbero mantenere un certo funzionamento pur in presenza di una maggiore compromissione cerebrale.

La riserva cognitiva non è un deposito misurabile con una semplice somma di attività. È un concetto usato per spiegare perché il rapporto tra alterazioni cerebrali e manifestazioni cliniche differisca tra individui.

Esordio più tardivo non significa rischio più basso

La revisione con meta-analisi di Brini e colleghi del 2020 ha trovato un’associazione con un esordio più tardivo della demenza, ma non prove di un rischio inferiore di svilupparla. Inoltre, gli studi differivano nel modo di definire e misurare il bilinguismo.

Scolarità, storia migratoria, condizioni sociali, modalità di accesso ai servizi e uso effettivo delle lingue sono aspetti che rendono difficile isolare una sola spiegazione. Un confronto osservazionale non dimostra che un corso di lingua iniziato oggi ritardi di un numero preciso di anni una futura diagnosi.

Una scelta utile anche senza una garanzia medica

Imparare o mantenere una lingua può avere valore culturale, sociale e personale. Conversare con amici, leggere o partecipare a un gruppo può essere gratificante indipendentemente da un effetto preventivo specifico.

Chi usa più lingue e nota difficoltà nuove non dovrebbe sentirsi «al sicuro» per il solo fatto di essere bilingue. È utile descrivere in quali lingue e situazioni compaiono i cambiamenti, perché la storia linguistica conta anche nella valutazione. Allo stesso modo, chi parla una sola lingua non deve interpretare questi studi come una responsabilità personale o una previsione del proprio futuro.

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