Ogni parola che sapevo offre uno spunto per riflettere sull’esperienza dell’afasia e sul modo in cui clinici e familiari partecipano alla comunicazione.

Afasia e racconto di sé: a partire da Andrea Vianello

Ogni parola che sapevo offre uno spunto per riflettere sull’esperienza dell’afasia e sul modo in cui clinici e familiari partecipano alla comunicazione.

Una persona adulta e una logopedista costruiscono insieme uno scambio comunicativo.
Illustrazione originale realizzata con strumenti di intelligenza artificiale; scena esemplificativa.

Quando il linguaggio cambia, la persona resta interlocutrice

Nel libro Ogni parola che sapevo, pubblicato da Mondadori nel 2020, Andrea Vianello racconta l’esperienza successiva a un ictus e l’incontro con l’afasia. La riflessione conservata nell’archivio di Training Cognitivo prendeva le mosse proprio dal valore di questo sguardo in prima persona: ciò che per il clinico è una funzione da valutare, per chi la vive attraversa relazioni, lavoro e identità.

Una testimonianza non rappresenta tutte le persone con afasia e non stabilisce tempi di recupero validi per chiunque. Può però rendere visibili domande che una descrizione dei sintomi rischia di lasciare sullo sfondo: che cosa significa non riuscire a dire ciò che si vuole? Come cambia l’esperienza di essere ascoltati?

Non misurare la competenza soltanto dalla parola pronunciata

L’afasia è un disturbo acquisito del linguaggio che può interessare produzione, comprensione, lettura e scrittura in combinazioni diverse. La difficoltà nel parlare non permette di dedurre automaticamente quanto la persona comprenda o quali decisioni possa esprimere. Anche la comprensione va verificata, senza presumerla sempre intatta.

Il portale clinico dell’ASHA sottolinea un lavoro orientato alla partecipazione e alle strategie condivise con i partner comunicativi. Questo amplia l’attenzione: non soltanto quale parola manca, ma che cosa rende possibile una conversazione significativa nella vita reale.

Una visita è già una situazione comunicativa

Immaginiamo un colloquio in cui tutte le domande vengono rivolte al familiare, mentre la persona con afasia è presente. Si possono raccogliere informazioni, ma si rischia di perdere la sua prospettiva. Una diversa organizzazione può includere domande dirette, più tempo e modalità di risposta concordate.

Gesti, disegni, parole scritte o alternative visive possono sostenere lo scambio, quando sono accessibili alla persona. Il messaggio va poi verificato: un cenno non dovrebbe essere interpretato frettolosamente come consenso a una decisione complessa. L’obiettivo è consentire l’espressione, non indovinare al posto dell’altro.

Obiettivi che abbiano un destinatario e una situazione

“Migliorare il linguaggio” è una direzione ampia. “Riuscire a scegliere il pranzo con il partner” o “partecipare a un breve scambio con un amico” rendono più chiaro che cosa costruire e osservare. Sono esempi: le priorità devono essere concordate con la persona, non selezionate soltanto perché facili da misurare.

Anche un familiare può chiedere un aiuto specifico: come lasciare tempo senza abbandonare lo scambio? Quando proporre un supporto? Come capire se ho compreso? Queste domande possono entrare nel percorso logopedico insieme al lavoro sulle abilità linguistiche.

Leggere una testimonianza con attenzione

Il valore di un racconto personale non sta nel trasformarlo in una prescrizione. Sta nel ricordare che una cartella descrive una parte dell’esperienza. Accanto agli esiti delle prove, c’è una persona che può raccontare, scegliere, dissentire e definire ciò che conta, anche quando servono nuove strade per farlo.

Fonti e approfondimenti

Revisione editoriale: 11 ottobre 2026. Contenuto divulgativo; non sostituisce una valutazione individuale.

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